GIOVANI OLTRE LA SM


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Intervista: Antonietta Laterza.

Intervista a Antonietta Laterza: ha al suo attivo quattro raccolte musicali. ‘Alle sorelle ritrovate', la prima, è del 1975. A seguire ‘Le belle signore', ‘Donne a Marrakech' nel 1992 e ‘Sirene' nel 2005. ‘Sauvage' sarà il suo quinto CD. Nel 2003 ha ideato e diretto il musical Sirene e nel 2008 ha creato lo spettacolo musicale PepperMonaPuppis. Nel 1990 è stata la prima donna in carrozzina a cantare la sigla del Cantagiro e ha iniziato ad apparire in TV. Ha collaborato alla sceneggiatura di ‘Perdiamoci di vista', il film di Carlo Verdone, nel quale compare pure in un cameo. Ha fondato l'Associazione Sirena Project - Arte e Diversità, di cui è presidente. È molto legata alla Sezione AISM di Bologna («siamo culo e camicia») e presto proporrà ai Soci un corso di teatro.

Libera e anticonformista. Sauvage e pure ‘Mona'. Una vita piena di uomini attratti dal suo fascino (in)discreto di sirena dei nostri giorni. Antonietta Laterza, cantautrice bolognese, performer e regista, nella vita come sul palco è una che si espone volentieri: emozioni travolgenti come una cascata e idee chiare e fresche come un lago di montagna. Per specchiarsi nella sua storia bisogna viaggiare un po' e seguirla tra sole e luna, tra il piacere di sentirsi addosso il fuoco arancione di una passione che non tramonta e l'abilità di non negare mai nessuna delle due facce di luna che ci appartengono.

Partiamo dalla fine dei tuoi percorsi, cioè dal titolo del tuo ultimo lavoro: ‘Madonna ribelle fugge dalla cornice'. Quanto c'è di te in questo spettacolo?
C'è la mia parte ribelle, il riflesso dei miei tentativi di uscire dalla cornice, delle fughe in avanti che vivo ogni giorno. Dare etichette alle persone e inserirle in cornici, per quanto possa essere utile, significa anche immobilizzare, istituzionalizzare, raggelare una vita e farle perdere il suo dinamismo, la sua capacità di osmosi con ciò che sta fuori da sé. Bisogna sempre poter uscire dalla cornice, dagli schemi che ci diamo noi per primi. La prima lotta è sempre quella con le barriere che noi stessi ci imponiamo, che ci impediscono di avere un atteggiamento libero, di essere liberi dentro. Che non vuol dire fare tutto quello che si vuole, ma riuscire a compiere scelte consapevoli.

In effetti sembra che non ti sia negata nessuna scelta, nelle tue esperienze. Se ti chiedessi di condensare in dieci battute vita, morte - speriamo il più tardi possibile - e miracoli di Antonietta Laterza, cosa diresti?
«Tu vuoi sapere quanti anni ho, vero? In effetti non l'ho mai scritto da nessuna parte, perché non si chiede l'età a una signora. Ma siccome sono una vera trasgressiva, te lo dirò: ho cinquantacinque anni, anche se me ne danno venti di meno. E ora sto con un ‘caro amico' che ha dodici anni meno di me... Va benissimo, anche perché attribuire rigidamente una dinamica emozionale a un'età cronologica mi sembra una forzatura. Io cerco uomini che siano giovani dentro e maschi fuori. Trovo tanti cinquantenni tristi e rabberciati, un po' grigi e un po' vittime, una generazione che da noi donne del femminismo ne ha patite di tutti i colori. Invece i trentenni sono freschi, carini, non hanno ancora sofferto abbastanza. Con loro posso vivere rapporti liberi e paritari, senza legacci e senza remore, non esclusivi e nemmeno statici. È difficile ma appagante vivere rapporti che non siano incasellati in forme di obbligo.

Anche tu sei stata sposata...
E in quel periodo sono stata fedele come una talebana. L'avevo conosciuto a 28 anni e l'ho sposato a 30. Nico era gelosissimo e me l'aveva detto sin dall'inizio: ‘Ti do tutto di me, ma voglio tutto da te'. Ed io, che non ne volevo sapere di matrimonio, ho accettato convinta di sposarlo, perché era una persona splendida e con lui valeva la pena attraversare il resto dei giorni. Purtroppo è morto di infarto. Ed è stato un dramma di cui porto ancora le cicatrici. Lui resta l'unico e forse per questo non riesco a vivere più rapporti totalizzanti...

Neppure il dolore è mancato nellavita di Antonietta, che da ogni evento duro sembra avere tratto linfa per alimentare una inesauribile voglia di vivere.
Avevi iniziato da piccola con questa sfida alla vita che è rischio di morte e lascia ferite...
A diciassette mesi ho avuto la poliomielite, sono stata nel polmone di acciaio, col pericolo di morire. Quando ne sono uscita sono stata un po' con le stampelle, ma barcollavo e cadevo in continuazione. Così la carrozzina è diventata una compagna fedele dei miei giorni. E a nove anni ho dato il mio primo bacio ad un ragazzo di 13 o 14, di nascosto, perché lui si vergognava di essersi innamorato di una bambina in carrozzina». Il guizzo di Antonietta toglie il velo di sofferenza al nostro dialogo e ci riporta sui binari della ineliminabile voglia di amare comunque se stessi e i propri desideri. «Poi - prosegue sul filo dei ricordi - a sedici anni, in anticipo sulle mie coetanee, ho avuto il mio primo rapporto. Luciano mi piaceva molto fisicamente, caldo, protettivo e carino, l'uomo giusto per farci l'amore. Ma ero consapevole di non esserne innamorata. Mica potevo rischiare di lasciare la mia verginità all'illusione di una relazione che poi avrebbe potuto svanire...

Hai scelto uno che poteva lasciarti senza farti soffrire?
L'ho lasciato io. Ma glielo avevo detto subito quello che cercavo da lui. Poi mi sono innamorata del padre di mia figlia.

Hai anche una figlia?
L'ho avuta a 19 anni, senza essere sposata. Pensa che stavo per abortire e lì, in clinica, mi sono messa a urlare: ‘No, io questa figlia la voglio tenere'. Era il 1972: pensa cosa voleva dire lasciare la scuola, avere una figlia senza essere sposata e con un padre come il mio, che veniva dal sud e avrebbe ucciso sia me che Franco... Lui era un genialoide un po' strano, non riuscivamo nemmeno a convivere, se non blandamente. Così alla fine, lottando, l'ho allontanato dalla mia vita, pur assicurandogli che avrebbe potuto continuare a vedere la bambina.

Non ti sei proprio fatta mancare né gioia né dolore, né sesso né maternità. Sei tu, dunque, la protagonista di PepperMonaPuppis, lo spettacolo che presenti in questi mesi?
Certo, è la mia vita che va in scena. Almeno nella prima parte, dove interpreto me stessa, cantautrice in band e locali. Nella seconda parte, però, prendo un colpo di luna, mangio un fungo venuto dall'asteroide Eros e mi lascio travolgere dalla mia parte erotica e trasgressiva. Divento Mona, dai capelli blu e dalle emozioni senza limite.

Perché Mona?
Perché è la donna nobile, la Monna Lisa del Rinascimento. Ma è anche la Mona del dialetto veneto, la vagina sapiens che trova il sapore della vita nel lasciarsi andare ai desideri pieni anche se irrazionali.

E come ne esci?
Ne esco cercando di riconciliare le mie due dimensioni, i due volti di luna, quello luminoso e quello più scuro. Ma accettando, alla fine, che nessuna delle due parti vinca mai sull'altra fino a farla scomparire. Saremo sempre donne di lotta e di confronto, prima di tutto dentro noi stesse.

Dunque, per te la sessualità in una persona è...
È altro dal sesso. C'è chi può vivere benissimo senza avere rapporti. Penso, invece, alla sensualità, che è intessuta di sguardi, baci e carezze ed è la capacità di essere affascinanti.

Come le sirene dei miti, che dici essere il tuo modello?
Io mi sento sirena, un po' Miss Mondo e un po' mostruosa. La sirena canta e ammalia, ma può essere distruttiva per chi se ne lascia incantare. E io a volte ho avuto atteggiamenti distruttivi verso gli uomini: mi piaceva vederli ai miei piedi e fargliene di tutti i colori. Ma ora sono cambiata, sono diventata buona. Mi raccomando, Ulisse eventualmente all'ascolto... non temete, mi spiace avervi fatto soffrire!.

Cosa regali, allora, a chi vive con te?
Regalo la mia positività: ho sempre la voglia di vivere e mi piace saperla condividere. Per me è essenziale essere spiritosi e dolci, sapere ascoltare e soprattutto fare apprezzare all'altro la bellezza della vita nello stare insieme. Questo è ciò che mi fa sembrare affascinante una persona. Ed è quello che cerco di essere.

Non ti piace essere chiamata diversamente magra, né diversamente alta. Forse perché sei bassa e grassa?
Ride, una volta di più. Poi si fa acuta, ancora: «Questa etichetta della persona diversamente abile mi irrita, mi sembra un razzismo al contrario. L'unica cosa che dobbiamo accettare è che siamo diversamente diversi e che è normale esserlo. Io ho cercato mille sfide nella vita, soprattutto quella di espormi sul palco e cercare di conquistare con una chitarra e una carrozzina. Sarebbe stato facile se fossi stata una stangona bionda tutta curve. Ma volevo sentirmi magica, una magnifica eroina e questo, per me, significa cercare sempre rapporti veri, intimi, profondi e brucianti di fascino».

A proposito di fascino: sei amica di Syusy Blady e Jo Squillo. Cosa avete in comune?
Syusy è una ‘tap model' e Jo è una donna sensibile e anticonformista, che va oltre le sue gambe. Tutte e tre siamo... diversamente donne.

Chapeau, la battuta è folgorante. Del resto, Antonietta è mobile come un fulmine (compreso di carrozzina). In questo periodo non ha una serata libera: una volta ripropone il suo PepperMonaPuppis, una canta le canzoni dei suoi quattro CD e un'altra presenta «Le ciccione lo fanno meglio», il libro dell'amica Caterina Cavina («una trop model»). Sta facendo le selezioni per il suo nuovo spettacolo musicale, Sauvage, in scena dal 7 settembre, con l'accompagnamento di un gruppo heavy metal, di nuovo oltre le sue cornici consuete. Perché Antonietta è un'artista che diversamente donna lo è fino al midollo.



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