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Intervista. Pietro Gremese

Piero Gremese: «Ho costruito un sogno»

Architetto, con SM, ha resuscitato un paese montano della Carnia che stava morendo. Trasformandolo in «albergo diffuso» per un turismo a misura d'uomo. «Non bisogna mai mollare: per me la malattia è stata un'occasione per cambiare vita»

Quella di Piero Gremese, architetto udinese, è la storia di un viaggio durato una vita. Un viaggio dentro di sé, un viaggio verso la montagna alta. Un viaggio in compagnia del desiderio, della bellezza, del silenzio. Ma anche una storia di relazioni fedeli, di amicizia, di ospitalità. Un cammino che, pure, si è trovato come compagna di strada la sclerosi multipla, che fa salire e fa tornare a scendere e, in alto come in basso, cambia la vita.

Piero Gremese, architetto, ha inventato l'albergo diffuso, un modo originale di offrire ospitalità ai turisti. A Sauris - detta anche Zahre, secondo il suo antico toponimo germanico - vive oggi, a 1.400 metri di altezza, il più alto paesino della Carnia. Un piccolo mondo antico che ha attraversato i secoli e ora guarda al futuro. Un'isola nell'isola: un ambiente originale all'interno del già particolare e caratteristico mondo carnico. La vita a Sauris scorre lenta ed è quella di un'isola etnica dove si parla un antico dialetto tedesco del 1300. Un ambiente geografico e umano rimasto incontaminato proprio a causa del suo isolamento geografico. Lì Piero Gremese ha creato il Borgo di San Lorenzo, opera di una vita.

«Lei come ha conosciuto Sauris?»
«Forse c'ero andato da bambino, ne ho un vago ricordo. Sicuramente ho iniziato ad andarci in vacanza con mia moglie, che avevo sposato nel 1965, prima ancora di laurearmi in architettura a Venezia».

«E cosa vi è successo a Sauris?»
«È successo che abbiamo conosciuto tutti i 400 abitanti dislocati nelle tre frazioni e, tra un'amicizia e l'altra, nel 1980 ho iniziato a partecipare alla vita della comunità locale».

«Cosa ha scoperto, partecipando?»
«Balzava all'occhio il rischio di estinzione cui il paese andava incontro. Se all'inizio del ‘900 c'erano 1.000 abitanti, in quegli anni erano rimasti in 400, tutti con la valigia in mano e pronti ad andarsene».

«Perché?»
«Perché la montagna stava decadendo. Le antiche case, nate per famiglie numerose, erano state divise in piccole proprietà poco funzionali. Su 200 alloggi, solo 5 avevano un impianto di riscaldamento centralizzato; solamente 10 erano dotati di servizi igienici all'interno. Non c'erano fognature, non c'erano acquedotti. Non c'erano servizi, non c'erano scuole. C'era un grande isolamento. L'agricoltura era crollata e la gente cercava lavoro altrove. Vi immaginate come poteva sentirsi, in un posto così lontano dal mondo, un ragazzo di 18 anni nelle sere d'inverno?».

«Allora lei sentì il canto delle sirene?»
«Non fu un incatenamento, ma certamente fui ammaliato. Non volevo fare l'architetto proprio lì, dove andavo per fare vacanza e riposare. Ma la gente del posto mi coinvolse. Quella piccola comunità era molto disponibile ed efficiente: insieme costruimmo un innovativo piano di sviluppo, molto diverso dai consueti piani regolatori. Faceva convergere molti progetti e fu elaborato e discusso con tutti gli abitanti».

«In cosa consisteva il vostro piano?»
«Mettemmo insieme il problema abitativo, quello urbanistico e quello economico e trovammo un'idea per risolverli tutti e tre insieme. Immaginammo di ristrutturare le case non facendone le brutte copie delle villette della periferia di Udine, ma ritrovando le tradizioni antichissime dello stile tedesco della Carnia, con il piano inferiore in muratura e pietra e quello superiore scaldato dal colore del legno. Poi si trattò, come dicevo, di progettare acquedotti, fognature, riscaldamenti. Ma la vera idea nuova fu quella dell'albergo diffuso che, in un colpo, riaprì la vitalità economica del paese».

«Cos'è questo albergo diffuso?»
«In uno slogan, potremmo dire che un paese intero diventa albergo, tenendo al suo interno i paesani. Si propone un turismo che sia, anzitutto, per il recupero e il benessere della comunità locale».

«Ossia?»
«Immaginate una quindicina di edifici che danno vita a un borgo. Ci abitano le persone del luogo, ma anche offrono una quarantina di posti letto per i turisti. La gente del luogo anima le relazioni coi turisti. È come se si vivesse insieme nello stesso albergo, appunto. C'è una reception centrale. Poi le viuzze del borgo sono come i corridoi dell'albergo. Il bar del paese è il bar dell'albergo. La pizzeria del paese è la pizzeria dell'albergo. E il negozio del borgo è come la boutique a disposizione dei clienti. Così vale per la libreria. L'albergo diffuso ha la forza di coinvolgere tutta la comunità locale. Nessuno arriva anonimo e nessuno se ne va da anonimo». Insomma: una trama di relazioni e di vita, in case molto curate, dove si respira la vita che arriva dai secoli, in un ambiente perfettamente integrato nell'aspra e placida natura circostante. Non c'è la discoteca, c'è la luce silenziosa delle stelle.

«Lei diede anima e corpo al lavoro di ristrutturazione?»
«Fu un cammino condiviso. Certamente, visto che facevo l'architetto, offrii il mio contributo. Sono felice soprattutto di aver convinto il Comune ed alcuni abitanti ad abbracciare l'idea di rinnovare la tradizione. Anche grazie ai contributi stanziati dopo il terremoto del 1976, potemmo ridare a quell'ambiente la sua vita antica».

«E la ristrutturazione non fu solo una questione di architettura, vero?»
«Appunto. Rinacque un paese. L'attività edilizia diede lavoro a chi doveva andarsene. L'idea del turismo eco-compatibile rivitalizzò le risorse soprattutto dei giovani del luogo. Invece che fare gli albergatori - cosa che non sapevano fare - misero a disposizione, oltre che le case, anche le loro capacità, come guide turistiche o come maestri di sci. Poi nacque anche un prosciuttificio unico, che oggi impiega circa 60 persone. Non solo non si deve più andare altrove a cercare lavoro ma, magari, qualcuno da fuori arriva a lavorare a Sauris».

«Come è successo che lei, architetto, è rimasto per dieci anni, dal 1994 al 2004, a gestire il Borgo San Lorenzo ?»
«È successo che dall'1985 avevo avvertito i primi sintomi della sclerosi multipla, che mi fu diagnosticata nell'87. Nel ‘92 ebbi il mio primo incidente e mi ruppi un piede. Nel ‘93, proprio in vacanza, caddi ancora e mi ruppi la rotula sinistra. Man mano, quindi, mi era divenuto difficoltoso svolgere la mia professione di architetto, che mi obbligava a girare continuamente per paesi e cantieri. Così, nel ‘94, quando ci fu il bando per la gestione del Borgo di San Lorenzo io e mia moglie decidemmo di unire il bisogno all'amore per quel luogo e... partecipammo alla gara. La vincemmo e cambiammo vita. Da Udine ci trasferimmo a Sauris, iniziando un'avventura sicuramente ricca di soddisfazione, pari almeno a quella incontrata da architetto».

«Insomma: la sclerosi multipla è stata l'occasione per cambiare vita. Cosa avete imparato dando anima al Borgo?»
«Abbiamo attraversato rapporti molto diretti con tante persone, sia del luogo sia turisti. Tutti sono diventati parte importante della nostra vita. Ancora oggi ci sono molte persone che passano a trovarci a Udine, dove da qualche anno siamo tornati a vivere. E ogni incontro è ricco come il primo».

«Otteneste anche successi turistici evidenti?»
«Secondo noi sì, un successo evidente. Pensate che, se in Carnia c'è una media di 70 giorni l'anno di pieno turistico, da noi, nel 2004, ci furono 140 giorni di piena occupazione degli alloggi. Un risultato, tra l'altro, che la dice lunga sull'apprezzamento che l'esperienza dell'albergo diffuso può ottenere».

«E perché avete deciso di mollare tutto quell'amore?»
«La mia malattia è peggiorata ancora, ormai ho il pieno utilizzo del solo braccio destro. Così io e mia moglie abbiamo deciso di tornare a Udine. Qui io faccio il pensionato e lei, purtroppo, si carica il peso della mia cura. Dipendo in tutto da lei».

«Nessun altro motivo la spinse a lasciare Sauris?»
«In realtà c'è dell'altro. Il nostro progetto era molto più articolato, ma da quindici anni tutto si era fermato. Le ultime amministrazioni stavano scivolando più verso un'idea di turismo convenzionale, con locali, discoteche e attività omologate. Così decidemmo di fermarci».

«Rimpianti?»
«Non lo so. È vero che manteniamo rapporti vivi con i vecchi clienti, ormai diventati amici. Ed è pure vero che l'ultima amministrazione sta lanciandoci segnali di ripresa del nostro antico desiderio. Ma è vero anche e soprattutto che non bisognerebbe mollare mai. Mantenere una vita impegnata il più a lungo possibile dà una qualità alta al nostro viaggio umano». Appunto. Piero Gremese ha viaggiato a lungo, in compagnia della moglie, degli amici e della sclerosi multipla. Ha costruito un sogno, ha lasciato un segno.

Piero Gremese

Piero Gremese nasce a Udine nel 1943. Un anno dopo rimane orfano del padre, antifascista deportato in Germania. Nel 1947 perde un occhio. Sposato dal 1965, nel 1969 si laurea in architettura. Dal 1976 lavora a pieno ritmo per la ricostruzione del dopo- terremoto. Poi, nel 1980, inizia la sua collaborazione col Comune di Sauris dove, dal 1994 al 2004 ha gestito l'innovativo ‘albergo diffuso' del Borgo di San Lorenzo, che lui stesso ha contribuito a realizzare. Ha la sclerosi multipla dal 1985. Oggi vive a Udine con la moglie.