Franz: lasciatevi travolgere da un sorriso
In coppia con «Ale», Francesco Villa ci fa ridere e spopola in tv e al cinema. Ci parla della sua comicità che nasce dalla sorpresa. Ma anche del dolore: «Un'esperienza in cui ciascuno può trovare la sua strada e non smarrirsi».
Ridere fa bene, inutile negarlo. Anche i più seri tra noi o quelli che più avrebbero motivi di essere arrabbiati, quando riescono a concedersi una risata liberatoria sembrano rinascere, anche se solo per un attimo, è un attimo splendido. Che, spesso, aiuta a vivere meglio i momenti meno splendenti. Alessandro Besentini e Francesco Villa dal ‘95 sono, per noi, Ale e Franz, comici simpatici, stralunati, capaci di trascinarci nei loro mondi improbabili e di stupire con leggerezza. Ci fanno ridere, ci fanno bene. Nei mesi scorsi, ci hanno regalato, in televisione, il gusto di inventare anche i nostri sorrisi. «Buona la prima», su Italia Uno, ha messo i due comici di fronte a copioni a sorpresa, dove un «suggeritore » invitava ciascuno di loro due a improvvisare un'azione dopo l'altra, senza che nessuno dei due sapesse neppure cosa veniva chiesto all'altro. La trasmissione ha trovato un ampio e convinto favore di pubblico. Così anche noi, seguendo l'onda, iniziamo la nostra intervista con Franz da questa fortunata esperienza.
«È stata buona la vostra ‘prima'? Era la prima volta che, in televisione, davate vita a un programma tutto vostro...».
«Ci siamo divertiti molto a farlo - commenta affabile Franz. E siamo contenti dei risultati ottenuti, contenti di aver dato vita a qualcosa di nuovo. E pronti a migliorarci, nella seconda edizione!».
«Veramente era tutto improvvisato al momento? Non erano battute che vi scambiate da una vita?».
«No, tutto era proprio improvvisato. Non sapevamo assolutamente nulla del copione, dei temi. Non sapevamo neanche che ospiti avrebbero recitato con noi. E, confesso, è proprio questa la novità che ci ha intrigato. Il gusto della novità è ciò che, come artisti, ci fa andare avanti».
«Come si fa a pensare cose comiche? In giro c'è così tanta gente che, a forza di prendersi sul serio, o fa piangere o fa ridere involontariamente».
«Per me e per Ale la risata è un'esperienza schiacciante, travolgente. Quando trovi un meccanismo che manda in tilt il cervello, che lo sorprende e lo spiazza, allora la risata nasce spontanea».
«Insomma la comicità è il contrario dell'ovvietà...».
«Appunto, sì. Io e Ale ci ripetiamo che se riusciamo a sorprenderci anche noi di quello che diciamo, allora abbiamo buone probabilità di riuscire a far ridere gli altri».
«Come sulla panchina che, da Zelig, vi ha reso famosi anche presso i bambini».
«Quello della panchina è il gioco dell'incontro tra due persone molto differenti. Gli opposti che - all'improvviso - si confrontano, finiscono quasi subito per dar vita a situazioni paradossali, che fanno ridere. Lì, sulla panchina, Ale dà voce ai pensieri che molti hanno quando si trovano di fronte un personaggio scomodo, invadente, insistente oltre ogni decenza».
«E tu a cosa ti sei ispirato, per il tuo personaggio della panchina?».
«C'era mio nonno, che aveva 87 anni... Lo beccavo spesso con quel celeste «o fly» e me ne sono lasciato conquistare. Per il resto io stralunato lo sono già di mio, non ho avuto bisogno di studiare... Mi piace essere un po' astratto, un po' per aria... Ale, invece, è più attaccato alla terra... forse anche per il diverso peso...».
«Cosa dice Ale di te? E tu di lui?».
«Ale dice che io sono troppo preciso. Forse perché lui lo è troppo poco. Noi due siamo molto diversi. Lui è l'artista un po' naif, che sta lontano da tutto ciò che è tecnologico - dal computer al telefono - e da quello che teme possa ingabbiare la sua creatività. Io sono molto più inquadrato».
Un inquadrato stralunato, un preciso astratto. Per forza che suscita simpatia e sorriso, Franz. Ed è alla persona simpatica - perché sim-patia significa saper «patire» con gli altri - che raccontiamo dell'AISM, della sclerosi multipla, della compagnia e della fatica, del desiderio e della vita forte che una persona ammalata desidera e cerca.
«E tu che rapporto hai con la malattia e il possibile dolore che l'accompagna?».
«Io e anche Ale tendiamo sempre a tenere nell'ombra la nostra vita privata, perché, da uomini di spettacolo, non vogliamo mai dare l'impressione, neanche fugace, di strumentalizzare il dolore di qualcuno per farci belli... Però a te e all'AISM ho voglia di raccontare un episodio. Ho avuto la fortuna, nel ‘92, di fare il servizio civile e, in quell'anno, ho seguito una persona che era giunta alla fase terminale della SM. Mi ha anche lasciato una lettera, che ha fatto scrivere ai familiari. È stato un incontro forte, che mi porto ancora nel cuore. Quella persona comunicava, ormai, solo con gli occhi, ma aveva il sorriso sempre in volto e un'allegria che mi ha cambiato la vita».
«Come dire che un comico di talento può nascere dall'incontro con una persona con SM...».
«Se potessi scegliere, oggi, una persona da rivedere, oltre i confini che la morte ci impone, sceglierei quell'uomo. Lo rivedo come fosse oggi. E continuo a ripetermi come sia incredibile quanto una persona possa entrarti dentro solo con lo sguardo e il sorriso. Anche così ho imparato come ciascuno nel dolore possa trovare la propria strada e non smarrirsi».
«È vero che, prima di diventare famoso, hai fatto l'educatore in un centro per disabili?».
Franz sembra quasi sorpreso dalla domanda e, pudicamente, ammette:
«Sì, ho fatto l'educatore e anche il coordinatore in quel centro per persone con grave disabilità».
Questo, in un mondo dove tutto sembra utilizzabile pur di mettersi in vetrina, è un altro punto a favore di Franz. Così come gli fa onore il fatto che, ancora oggi - anche se non vuole che si sappia - continui con una certa regolarità a «fare volontariato» presso il Centro per disabili dove lavorava da giovane. Perché vuol dire che quelle persone per lui sono amiche importanti, che non dimentica. Perché vuol dire che un comico famoso può continuare a mantenere - senza sbandierarla - una sensibilità particolare.
«Cambiamo angolo privato. Tu, milanista, sei stato ad Atene a festeggiare in diretta la vittoria dell'ultima Coppa dei campioni? Come l'ha presa il tuo compagno interista?».
«È vero, io sono milanista e Ale è interista. Nonostante lo scudetto, il mio amico sembra un po' svuotato. Forse Calciopoli ha smontato anche un interista come lui. Ora si sta dando al golf... Io, in effetti, sono stato ad Atene e quella notte ho dormito poco. Vivo il calcio con gioia e un po' di distacco. Se il Milan vince sono contento, se perde non piango...»
Torniamo al Franz pubblico, allora.
«Gino e Michele, gli inventori di Zelig, hanno scritto che voi due siete ‘un po' banditi, un po' vittime e... un po' pistola', come i vostri Gin e Fizz. Ti riconosci in questa descrizione?».
«Sì, splendida. Abbiamo sempre cercato di essere poliedrici. Una cosa sola sarebbe poco, tutte insieme stanno bene. Banditi lo siamo, perché ci capita di rubare alla vita intuizioni e invenzioni che poi portiamo in scena. Vittime pure, perché anche altri rubano le nostre battute. E pistola lo siamo di sicuro, se no non avremmo fatto questo mestiere».
«A proposito di scelta e di mestiere... Com'è successo che tu e Ale vi siate incontrati e scelti?».
«Nel ‘95 io e Ale frequentavamo insieme, per hobby, il Centro Teatro Attivo di Milano. Lì una cara amica, Paola Galassi, ci ha avviato al cabaret. Ogni sera preparavamo pezzi nuovi e abbiamo iniziato a girare nei locali. Fin dal principio tra noi due c'era affinità e, in comune, voglia di scrivere i nostri testi. È nato tutto così, per caso e per il piacere di provarci».
«Come siete cresciuti dentro l'esperienza televisiva di Zelig?».
«Zelig è casa nostra. Quella trasmissione è cresciuta ed esplosa cucendosi addosso sui suoi personaggi. Siamo come una squadra di calcio che, partita dalla serie C, è arrivata alla Champions. C'è un legame forte tra noi».
«C'era anche affetto? È possibile nel mondo della TV?».
«Nel nostro caso sì. Non c'era concorrenza: tutti facevamo il tifo per gli altri, sapendo che se andava bene uno andavamo bene tutti. All'uscita dal palco, i primi commenti, le prime sensazioni, le prime osservazioni erano proprio quelle dei colleghi. Ed erano quasi sempre azzeccate».
«Poi avete provato anche col cinema...».
«La terza stella, il primo film, è nato dall'esigenza di aprire una porta nuova. A quel tempo eravamo un po' inesperti, ma ci siamo divertiti molto».
«In effetti anche noi. Quasi avremmo chiamato la nostra figlia con un nome palindromo, come l'Anna del vostro film...».
«Ecco, ha funzionato. Il secondo film è un po' meno per famiglie, ma ci è piaciuto anche di più. È proprio quello che volevamo fare: un po' commedia, un po' denuncia sociale. Affrontiamo il tema di un quarantenne che perde il lavoro e, facendo fatica a ritrovarlo, si trova a improvvisare, insieme con un amico, un'incalzante catena di truffe ai danni del prossimo, finché il destino non arriva a scombinare le cose e... il resto guardatelo da soli! Il film, uscito a febbraio, dovrebbe essere proposto in DVD già da questo luglio».





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