Casa senza barriere specialisti cercansi
Trovare un alloggio? Difficile. Trovarlo accessibile? Ancora di più. Mentre all'estero si sta affermando la filosofia del «Design per tutti», l'Italia è in ritardo. Serve una formazione adeguata per i professionisti dell'edilizia
In inglese viene chiamato Universal Design, in italiano è il «Design per tutti».
Che cosa significa? Che qualsiasi nuovo oggetto progettato deve poter essere utilizzato dal maggior numero di persone possibile: casa compresa.
È questa la filosofia che sta alla base di una corrente di pensiero nata negli Stati Uniti e arrivata negli ultimi anni anche in Europa: quando si progetta qualsiasi oggetto, da una semplice matita fino ad un intero appartamento, l'idea che sia accessibile, utilizzabile da tutti, deve fare parte del progetto stesso fin dall'inizio.
In altre parole viene superata una visione del mondo «separata», che distingue tra persone disabili e non. Un concetto elementare, che potrebbe contribuire a cambiare il modo di vedere le barriere - architettoniche e non solo - e l'idea stessa di diverse abilità. Già, perché quando si parla di casa, nel nostro Paese le barriere sono ancora moltissime. E le più difficili da abbattere sono proprio quelle che non si vedono, quelle culturali, fatte di pregiudizi e ancora troppo spesso di discriminazioni. Così, quando una persona disabile si trova a dover cercare un alloggio uno dei primi diritti di ogni cittadino le difficoltà arrivano puntuali.
Ma cominciamo dall'inizio, e cioè dalle leggi. In Italia, la normativa legata all'eliminazione e al superamento delle barriere architettoniche è caratterizzata da una prima grande distinzione tra edifici e spazi (pubblici e privati) aperti al pubblico ed edifici e spazi privati.
Per il primo gruppo, la normativa di riferimento è la Legge 118 del 30 marzo 1971; l'edilizia privata, invece, è regolata dalla Legge 13 del 9 gennaio 1989.
Una legge, quest'ultima, che dà delle linee precise per una situazione minimale di accessibilità, e che affronta il problema con una logica nuova rispetto ai precedenti provvedimenti: parte infatti dalla prevenzione anziché dalla sanatoria di costruzioni già esistenti.
Gli edifici privati costruiti dopo l'entrata in vigore della Legge 13/89 devono cioè essere costruiti tenendo conto dei parametri di accessibilità (Decreto Ministeriale 236 «in materia di superamento o eliminazione delle barriere architettoniche»).
Le autorizzazioni edilizie devono quindi conformarsi alle prescrizioni tecnico-progettuali previste dalla legge e, per i trasgressori, sono applicabili sanzioni. I vincoli riguardano anche i «cambi di destinazione d'uso», le «ristrutturazioni», gli «adeguamenti».
«La Legge dà tutti gli strumenti necessari - spiega l'architetto Daniela Orlandi, responsabile del canale «Senza barriere» del sito web Superabile -; in primo luogo perché contiene prescrizioni tecniche e soluzioni specifiche, ma anche perché ha introdotto i criteri di progettazione che rappresentano la qualità dello spazio costruito: l'accessibilità, la visitabilità e l'adattabilità». «La legge di riferimento - conferma l'ingegner Giovanni Emilio Buzzelli, consulente dell'AISM - dà sicuramente linee chiare ed esaustive su una situazione minimale di accessibilità».
Ma lo stato dei fatti qual è? «Come spesso accade - prosegue Buzzelli - la realtà è purtroppo molto diversa. Il motivo di base è che c'è una carenza nei professionisti, che spesso non conoscono bene le norme. Ma soprattutto manca quella che io chiamo normativa di secondo livello, ovvero l'adeguamento ‘fine' delle case».
Un esempio banale? Può esserci l'ascensore, le porte possono essere allargate: ma se in cucina sotto ogni ripiano non c'è un vano dove «infilarsi» con la carrozzella, l'ambiente non è fruibile. «In molti progettisti e professionisti dell'edilizia - conclude Buzzelli - manca la capacità di vedere lo ‘spezzato' di ogni ambiente e capire quali sono le necessità reali nella vita quotidiana di un disabile».
Non c'è da stupirsi, quindi, se ancora oggi può accadere che in una grande città, come Torino, vengano progettati nuovi edifici (40mila alloggi in zona Dora) senza che nessun architetto abbia tenuto in conto l'accessibilità. E basterebbe davvero poco: «Nel solo concetto di visitabilità, previsto dalla Legge - tiene a precisare Daniela Orlandi - ci sarebbero già le basi per l'accessibilità. Visitabilità significa infatti che devi avere la possibilità di entrare all'interno degli immobili per vederli, e deve poterlo fare anche chi sta sulla sedia a rotelle. Se tutti gli edifici fossero visitabili, saremmo già quasi a posto».
Alla carenza di conoscenza delle leggi da parte di architetti, ingegneri e geometri si aggiunge poi una profonda mancanza da parte della formazione. Esistono corsi di aggiornamento per molte altre figure professionali, ma pochissimi nel campo dell'edilizia. Sta quindi alla sensibilità del singolo, e all'iniziativa personale, studiare, informarsi, capire le leggi, avere attenzione per l'accessibilità. «Ci sono architetti specializzati, ma si contano sulla punta delle dita - conferma Buzzelli -.
Il problema, però, non si limita solo a questo aspetto: anche nei corsi dedicati alla progettazione urbanistica di una città accessibile, mancano comunque soluzioni fini, per la vita quotidiana della persona. È una questione di cultura prima di tutto, ma in senso tecnico: mancano testi, mancano persone a livello di docenza, tutti si fermano all'epidermide del problema».
E perché le barriere, da fisiche, si trasformino in «culturali» e «mentali», il passo è molto breve: «In questo panorama - precisa Daniela Orlandi - caratterizzato da una scarsa attenzione al problema, sono ancora radicate le discriminazioni. Mi riferisco alle case in affitto, in particolare: sono ancora troppi i casi di proprietari che rifiutano di affittare appartamenti ai disabili. Molti, quando vengono a sapere che l'eventuale affittuario è sulla sedia a rotelle, si tirano indietro. Pensano: ‘Un malato per casa? Non lo voglio'. Trovare un alloggio, allora, può diventare davvero un'impresa: un disabile rischia di trovarsi escluso dal mercato degli affitti a causa di discriminazioni, e al di fuori del mercato degli acquisti perché sono pochi gli alloggi che rispondono ai requisiti di accessibilità.





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