Storie per un mondo libero dalla sclerosi multipla

Il cammino in salita oltre quegli alberi

Vi siete mai trovati nel bel mezzo di un cammino sconosciuto a osservare l’orizzonte senza sapere cosa possa esserci “oltre”…?

Quando il tecnico di laboratorio mi disse che c’era il sospetto di una malattia demielinizzante ricordo che la prima cosa che pensai fu che quelle due parole insieme (malattia, parola che conoscevo molto bene, e demielinizzante, di cui ignoravo il significato ma non suonava bene come “gin tonic” o “ingresso gratuito”) avrebbero stravolto la mia visione del mondo.

Scrissi nella mia mente l’elenco delle cose che facevo e che avrei voluto fare per il resto della mia vita.

Poi di quelle che non avevo mai fatto.

E infine di tutte quelle che forse non sarei mai riuscito a fare con la SM.

Un anziano amico di famiglia, privo di tatto e sensibilità, mi disse candidamente ma con estrema risolutezza: “non potrai più scrivere con la sclerosi multipla”.

Uno dei tanti pregiudizi che mi capita di dover combattere!

Iniziai a compilare una lista di impegni da portare a termine e desideri da realizzare.

Se ci dicono che non potremo più scalare una montagna (ma in montagna non ci siamo mai andati) o svolgere un’escursione in acqua trekking (ma non siamo mai stati su un fiume o un torrente), il danno che può causarci quelle parole è quasi irrilevante: non l’ho mai fatto e non lo farò mai.

Punto.

Perché magari non lo avrei fatto comunque, con o senza la sclerosi multipla.

Ma quando toccano le nostre passioni, i nostri talenti, ciò che ci definisce verso gli altri e arricchisce la nostra vita liberando la mente e lasciandoci viaggiare in una realtà parallela dove possiamo regalare a noi stessi e ai nostri personaggi il lieto fine che in questa vita non hanno mai avuto

Le cose cambiano.

Quando ho ripreso a scrivere non sapevo dove avrei condotto i miei pensieri.

Mi piaceva l’idea che navigassero a vista come faccio io con la sclerosi multipla.

Un giorno alla volta, sul mio cammino, di pietra in pietra cercando di non scivolare con i piedi nell’acqua.

E così ho deciso di regalarmi un viaggio sul Pollino e di chiedere alla mia ragazza di affrontare una piccola escursione che dalla Fontana di Piano Ruggio raggiunge il Belvedere del Malvento, al confine tra la Basilicata e la Calabria, pochi chilometri di sentiero a 1600 metri sul livello del mare.

Un pianoro carsico circondato da verdi pascoli e dai fianchi boscosi dei monti.

Ricordo che quel giorno ero emozionato tanto quanto inquieto.

Alzai lo sguardo e osservai il cielo cupo e nuvoloso, la strada sterrata e sconosciuta che conduceva nel bosco.

Realizzai che quel cammino rappresentava la sintesi di tutte le paure che negli anni avevo portato con me e che la SM aveva bruscamente reso reali durante il ricovero, l’inizio della terapia e tutte le risonanze e visite di controllo.

La paura dell’ignoto, dell’isolamento, della solitudine.

Affrontai l’inizio del percorso ripido temendo di affaticarmi troppo (e il cellulare non riceveva alcun segnale lassù), con l’ansia che le gambe cedessero (ma non volevo rallentare) o che qualche animale lasciasse la sua tana e sbucasse all’improvviso tra i faggi centenari.

E poi, alla fine del percorso, come quando ti lasci andare durante un esercizio di meditazione o ti risvegli la mattina dimenticando che c’è lei, ho visto la terrazza panoramica del Belvedere del Malvento, il punto di arrivo dell’escursione.

Oltre quegli alberi.

E ho fatto gli ultimi trecento metri di quella salita con tutta la forza e il coraggio che troppo a lungo, in passato, ho ignorato di avere.

Ho lasciato che il vento soffiasse sulle mie lacrime di gioia.

Sussurrando a me stesso e ai secolari pini loricati all’orizzonte che ci saranno dei momenti nel nostro cammino in cui dovremo fermarci.

E dire di no.

Ma tanti altri giorni, invece, possiamo provarci.

Forse quel giorno non avrò superato tutti i miei limiti, ma mi basta sapere di aver avuto il coraggio di sfidarli.   

Se vuoi condividere la tua storia su queste pagine scrivi a blog@giovanioltrelasm.it

8 risposte

  1. Mi chiamo come te. Ma mi firmo Deiv.
    Giusto qualche mese fa, dopo molto tempo, da solo, sono andato in macchina fino ad un magnifico posticino vicino casa mia, dove ogni tanto vado.

    È una piazzola a circa 500 metri d’altitudine che dà sul lago, e una vista che raccomanderei a tutti ma preferisco non pubblicizzarlo troppo (son geloso… e stronzo, si).

    La piazzola è su ghiaia a grani grossi, bianchi, sulla sua destra un prato con tre panchine e un tavolo; sul bordo una staccionata di tronchi grigi crepati.
    Una di queste panchine volge proprio verso il vuoto, sotto ci sono alcuni alberi e oltre il blu, fino quasi all’orizzonte (è il Lago di Garda, è grande, eh…).
    Proprio su questa panchina son solito arrivare, a fatica, e sedermi, e in silenzio guardare.

    E anche leggere le inevitabili scritte che spesso lascia chi, qui, arriva; alcune narrano storie di vita intere con pochissime parole. Altre, come solito, sono di una volgarità imbarazzante (confesso, a volte interessante e anche divertente). Una volta ci portai una carissima mia zia, anziana, che oggi non c’è più. Assai religiosa, incautamente iniziò a leggere alcune di quelle scritte a voce alta… mai l’avrei immaginata così sboccata.

    Dicevo che alla panchina ci arrivo a fatica, per la ghiaia, a piedi faccio una decina di metri con i bastoni, figurarsi sullo sconnesso. Ho sempre con me la carrozzella, ma lì si impianterebbe.

    Questa volta non ce l’ho fatta, non sono riuscito ad arrivarci alla panchina.
    Dici “Le cose cambiano”, “La paura”, “Oltre quegli alberi”.
    Non ho potuto.
    “ci saranno dei momenti nel nostro cammino in cui dovremo fermarci”.
    E questa volta ho pronunciato io a voce alta quelle parolacce, mia zia avrebbe approvato (in realtà m’è parso di sentirla accompagnarmi in coro, ma forse era l’eco).

    Qualcuno non molto tempo fa mi ha detto “Non rimanere aggrappato a quello che ti è successo, e nemmeno troppo al presente, rivolgi l’attenzione al tuo prossimo obiettivo”.

    Bon, obiettivo rimane arrivare a quella panchina, ok?

    Un mio caro amico proprio qualche giorno fa mi ha detto che domani sarà in un paese vicino a quel luogo. Gli ho chiesto se possiamo incontrarci, che vorrei portarlo in un posto che merita di essere visto.
    Non sa (ancora) che gli chiederò di aiutarmi ad arrivare a quella panchina.
    E la mia sfida non sarà (più) arrivare a quella panchina, ma riuscire chiedere aiuto.

    Deiv

  2. Grazie Cornelia.
    Davide, con il suo racconto, mi ha motivato ancora di più.

    Ah, stamattina sulla panchina ci sono arrivato, ci siamo arrivati 😉

    Deiv

  3. Grazie ragazzi mi serviva proprio leggere dei vostri obiettivi raggiunti.
    Anche io ho la sclerosi multipla e vorrei fare tante cose.
    Ho un marito che invece fa l’impossibile per non farmi muovere da casa.
    Mi chiamo Cinzia, ho la sclerosi multipla dal 2017 .

  4. Grazie Davide per aver condiviso la tua esperienza e averne descritto così bene gli stati d’animo le paure e soprattutto la gioia con cui sei riuscito ad affrontare e a vincere le angosce e l’impredibilita’ della SM. Sono sentimenti che provo anch’io e so che avere la consapevolezza del proprio stato è fondamentale per imparare a vivere con un’amica così ballerina e irriverente come la nostra SM….però si può se lo vuoi e se hai accanto chi ti sostiene sia in famiglia che nel sociale che nell’ambito delle cure.
    Forza a tutti e un grande in bocca al lupo

  5. Ciao, è dal 1993 che la SM mi accompagna tutti i giorni, festivi compresi, purtroppo quando si seppe che io avevo questa malattia, molti di chi mi conosceva, per ignoranza, iniziarono a dire che per me, era finita, addio camminate, addio bici, addio lavoro e per finire addio ……
    Non farai più niente, per te è finita!
    Non ho mai mollato, ho sempre combattuto, ovvio, hai momenti di sconforto, la famosa frase, perché a me? , quante volte l’ho detto!
    Mi raccomando, non mollare, non ti arrendere!

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