Tutto quello che avresti voluto chiedere a Stefano Pluchino, che lotta contro la SM a Cambridge

Ilaria

Io non conoscevo Stefano Pluchino come ricercatore. Lo incontrai nella sede AISM di Siena, la prima volta che varcavo quella soglia piena di domande e paure. Il suo volto giovane mi rasserenò. Poi organizzando il primo Convegno giovani dell’AISM proposi il suo nome come relatore e quando me lo rividi li davanti, oltre a farci la foto, pensai a come eravamo cambiati: lui ricercatore, io giovane donna, ma sempre legati dalla ricerca di qualcosa e la voglia di andare avanti.

Oggi Stefano fa ricerca presso il Brain Repair Centre del Dipartimento di Neuroscienze Cliniche dell’Università di Cambridge, la sua ricerca si concentra sulle cellule staminali. Così quando ho saputo che lo avrei intervistato per Tutto quello che avreste voluto sapere sulla ricerca scientifica (ma non avete mai osato chiedere) mi sono subito tornati in mente quei momenti. Ritrovo il suo volto in tutte queste risposte, ma soprattutto mell’ultima che sicuramente vi farà commuovere e credere ancora di più in questi splendidi ricercatori che lottano ogni giorno per noi.

 

Quali sono le differenze che hai trovato tra fare il ricercatore all’estero e farlo in Italia?
«Le scopro ogni giorno e onestamente credo che molte siano l’inevitabile conseguenza di diversità culturali tra due popoli. Le ho trovate al nostro arrivo a Cambridge, quando ho dovuto insistere non poco semplicemente per poter scegliere di avere gli incubatori e le cappe cellule che volevo io, piuttosto che quelle che erano nella lista dei fornitori. Un’altra differenza sostanziale tra l’Italia e la Gran Bretagna è il sistema di finanziamento della ricerca – anche e soprattutto con denaro pubblico – che qui da giusto spazio e dignità anche alla ricerca di base, e che in Italia è ancora fortemente penalizzata. Anche questo è un processo che sta maturando e sto pian piano cercando di capire le migliori modalità di interazione con le principali agenzie di finanziamento della ricerca. Per il resto, mi sento abbastanza “in Italia” anche da qui, dal momento che il posto dove lavoro  continua a reclutare giovani italiani su cui investire per il prossimo futuro. Nota dolente da una parte per via dell’emorragia di talenti italiani che espatria, ma nota di sincero orgoglio quando questi Italian expats partecipano con successo a gare di reclutamento internazionali presso Università prestigiose».

 

Come ti trovi a Cambridge?
«Bene, mi trovo molto bene, sono sereno, ho riacquistato una qualità di vita dignitosa (nonostante i sacrifici famigliari) e riesco a lavorare con poche distrazioni. Cambridge è stata costruita intorno all’Università fondata da un gruppo di studenti di Oxford circa 800 anni fa. Qui tutto trasuda Università, persino i pubs e i football courts. È un villaggio con una comunità accademica fatta da 5mila docenti e 20mila studenti che vengono da ogni parte del mondo, e i contatti e lo scambio sono praticamente inevitabili. Sono contento per il PluchinoLab che è nato qui, e qui sta crescendo sano e acquisendo consapevolezza. Sono contento per l’incredibile opportunità che ci è stata data e che riusciamo a restituire ai giovani laureandi che vengono a fare la tesi da noi, e guardo con moderato ottimismo il futuro».

 

Cosa vuol dire per te essere un ricercatore?
«È una responsabilità, ingombrante, per le aspettative che la comunità dei pazienti nutre nei nostri confronti, ma questa responsabilità ci aiuta a non sentire la fatica. Ma è anche un privilegio, enorme, impareggiabile, quello di poter fare un lavoro che ti permette di mantenere viva la fantasia che avevi da bambino, quando con un niente costruivi un castello e ci mettevi anche l’elefante che volava o l’apprendista stregone. Fare ricerca è libertà di fare domande e di usare i mezzi per trovare le risposte. Credo che chi governa e decide le strategie di un paese dovrebbe imparare a pensare agli investimenti su ricerca e innovazione (o tecnologie) come la vera eredità da lasciare ai figli che verranno domani, piuttosto che come una delle principali voci di spesa superflue da tagliare nei momenti di crisi».

 

Quali motivazioni ti spingono ogni giorno a continuare nel tuo lavoro?
«Sono tante, e tutte diverse tra loro, ma forse alcune più di altre hanno influenzato la mia scelta tardiva di fare il ricercatore a 30 anni, senza nulla togliere alla mia scelta iniziale di medico. Prima di tutto la mia curiosità patologica. Io credo di avere un disturbo della curiosità. Non mi è mai passata la fase dei perché che tutti i bambini vivono tra i 5 e i 10 anni. Io continuo a chiedere perché dopo perché. La seconda motivazione, che è figlia della prima, è che la ricerca (quella accademica) è libera, e così c’è sempre spazio per un nuovo perché e per pensare ad un modo per trovare la causa del perché. La terza motivazione, a cui non avrei mai pensato sino a solo qualche anno fa – ma immagino che il mio essere padre abbia svolto un ruolo importante in questo – è vedere che anche solo alcuni tra i miei ragazzi (i ragazzi del PluchinoLab) si stanno pian piano ammalando della malattia dei perché».

 

Come riesci a conciliare il tuo lavoro all’estero con la famiglia?
«Questa è una nota dolente. Io credo seriamente di essere un cattivo padre e un marito poco presente. Devo dare credito alla pazienza e flessibilità, nonché alla forza e maturità di mia moglie nell’avermi supportato (e sopportato) nel mio lavoro. Nell’avere sopportato le mie lune – un perché risolto e 364 giorni di frustrazione e low mood, questo è l’anno del ricercatore (quando va bene) – nell’avere fatto da mamma e papà a nostro figlio nel corso degli ultimi due anni, e nell’avere condiviso e supportato le mie, ma poi inevitabilmente nostre, scelte di accettare l’offerta di Cambridge. Da parte mia ci provo, sono un po’ maldestro nei miei tentativi, ma ci provo. Skype ogni sera, Milano una volta al mese per qualche giorno, nel mio cuore ogni momento che passa. So che non è sufficiente, so che nostro figlio Giovanni riprenderà tra qualche anno un discorso che non è ancora in grado di sostenere a parole (ma che sta già vivendo molto intensamente), sono pronto a discutere con lui delle mie ragioni, ma penso fortemente che parte dei sacrifici che ho costretto la mia famiglia a fare sono stati pensati anche e soprattutto per dare a lui qualche opportunità in più. Per fortuna, da Settembre prossimo mi raggiungono e cosi ci sarà più spazio per lavorare insieme».

 

Cosa è il PluchinoLab?
«Il PluchinoLab (presente anche su facebook) è il sogno che avevo quando ho capito che era tempo di provare a fare il ricercatore. Frutto di un sogno prima, poi di una serie di idee (alcune anche assolutamente insensate) che sono diventate progetti prima e poi oggetto di investimenti da parte di agenzie come AISM/FISM, Ministero della Salute e European Research Council. È un laboratorio giovane, fatto da ragazzi e ragazze di tante nazionalità, italiani, spagnoli, tedeschi, francesi e australiani, e sono davvero orgoglioso di parlarne qui con voi, e di farne parte. Ma soprattutto il PluchinoLab è la mia seconda famiglia, quella con cui passo ¾ delle mie giornate, con cui vado a cena dopo il lavoro, con cui guardo in streaming i posticipi del campionati italiano di calcio, e con cui discuto, senza fatica, dei tanti perché che aiutano la ricerca a crescere».

 

 

Le cellule staminali quali prospettive potrebbero aprire per un giovane con SM?
«Le cellule staminali sono già in fase di studio per la SM. Sono già una opportunità per alcune categorie di pazienti con SM. Gran parte degli studi  attualmente in corso o in fase di sviluppo/trasferimento clinico, sono cruciali per aiutare la comunità scientifica e medica sia a capire il profilo di sicurezza dei trattamenti con cellule staminali, che a sviluppare nuovi marcatori che ci permettano di seguire le cellule trapiantate, scoprire la loro sopravvivenza dopo il trapianto, magari identificare il modo e la quantità ideale da trapiantare. La stem cell medicine è una disciplina giovane, che ha creato enormi aspettative e su cui una serie di personaggi ha anche provato (e continua) a fare business. Per fortuna la ricerca accademica, anche e soprattutto quella che viene sottoposta a peer reviewing serio, non soffre di questi malanni e merita la giusta attenzione che si è guadagnata in questi anni. Io credo che il reale messaggio che la parte di medicina rigenerativa fatta con cellule staminali ci ha rivelato è che esistono meccanismi di comunicazione cellulare, per tanto tempo negletti, che vengono ottimizzati dopo trapianto e la cui identificazione rischia di avere un grosso impatto nello sviluppo di terapie innovative anche per le malattie neurologiche, SM inclusa. Capisco di avere un conflitto di interesse, perché questo è esattamente quello che le mie ricerche hanno evidenziato, e la direzione verso cui il PluchinoLab sta andando, ma lo dichiaro e vado avanti. Credo che giovani che si ammalano oggi di SM abbiano a disposizione una serie  di farmaci e molecole per il trattamento di SM che inizia a diventare importante. Perché oggi SM si può arrestare significativamente se trattata precocemente. Perché esistono metodiche non invasive (imaging) per capire dove la malattia (e i farmaci) sta agendo. Perché sappiamo tanto di più di SM e di fattori di predisposizione. Perché è probabile che la medicina molecolare e l’immunogenetica nei prossimi anni riescano a sviluppare terapie di nuova generazione che agiscano sulle basi della malattia e potenzino la riparazione spontanea di quanto danneggiato. E anche perché un giovane che si ammala oggi di SM trova anche www.giovanioltrelasm.it e il supporto enorme il vostro incubatore di esperienze fornisce».

 

Esci dal laboratorio e come finisci la giornata?
«Se ti dicessi che entro in laboratorio che è mattina presto e che quando esco la giornata è già finita da un pezzo? Cambridge aiuta, non c’è traffico, la gente va in bicicletta, ci metto 10 minuti da casa al laboratorio, dal mio ufficio vedo il bosco e gli scoiattoli vengono a salutarmi dalla finestra, come dire ci sono poche distrazioni. Spesso andiamo a cena tutti noi del PluchinoLab, il martedì sera giochiamo al calcetto, provo a fare un po’ di sport – mi ero pure messo in testa di fare la London Marathon ma un ginocchio mi ha tradito – leggo romanzi noir prima di addormentarmi e provo a fare il padre e marito a distanza».

 

Hai un ricordo particolare legato alla SM?
«Daniela era una mia paziente quando lavoravo da specializzando in Neurologia all’Università di Siena. Aveva avuto qualche sintomo, mai ricevuto una diagnosi, e si ricoverò al Policlinico Le Scotte dopo pressioni infinite da parte della mamma e di amici. Daniela è sarda ed estremamente diffidente. Il giorno del ricovero era un sabato pomeriggio e quello che mancava alla routine degli accertamenti era la rachicentesi (l’ultimo specialista che l’aveva vista era rimasto con l’ago in mano mentre Daniela scappava con i calzoni abbassati). Dopo ¾ d’ora di contrattazioni con Daniela, che teneva gli occhi sbarrati mentre abbracciava un cuscino, finalmente riesco a fare la rachicentesi con la mamma che faceva da assistente. Per fortuna è andata bene, Daniela non ha sentito nulla, siamo diventati amici subito, e fratello e sorella in un niente. Ha battezzato mio figlio e mia moglie ha battezzato Sveva, la figlia che Daniela ha avuto due anni fa e che cresce che è una bellezza. Ecco su Sveva e la gravidanza di Daniela ci sarebbe da scrivere un libro intero. Magari la prossima volta».

 

Quale è il tuo sogno?
«A parte tutti quelli, ricorrenti che ho relativamente ai mille perché che continuo a domandarmi? Molto semplice, andare in ambulatorio, visitare uno dei miei pazienti con SM, e per una volta, solo per una volta, non sentirmi cosi dannatamente inutile da dire, ci siamo quasi ma non ancora».

9 commenti

  1. Grazie a Ilaria e grazie a Pluchino. Noi aspettiamo e speriamo in tempi migliori.

  2. ho conosciuto Stefano qualche anno fà,è una persona eccezionale,bravo Stefano spero di rincontrarti presto

  3. dannatamente inutile? l’impegno dei ricercatori è fenomenale… noi siamo qui a sostenervi!!!!

  4. E’ solo grazie e Lui e ai suoi colleghi che oggi riesco a parlare tranquillamente della malattia e cerco di rassicurare gli altri AMICI meno fortunati come me. GRAZIE Andrea

  5. Avatar Giulia Carlone Reply to Giulia

    Ho avuto il privilegio di seguire un tuo talk, forse dieci anni fa da dottoranda! E’ stata un’ esperienza che ancora ricordo! Questi sono i ricercatori che sono il vanto dell’Italia nel mondo!

  6. Bellissima intervista,emerge una passione che travolge mente e cuore.La ricerca va sostenuta e Pluchino come del resto anche Furlan,Martino,Uccelli,Filippi,ricercatori che non guardano allo stipendio di fine mese ma sono impegnati a 360 gradi per migliorare la situazione dei malati di SM e chissà forse un giorno non troppo lontano anche a trovare una cura o addirittura a bloccarla sul nascere scoprendo la causa che ti porta a sviluppare questa malattia.Io dico loro grazie per essere cosi’ speciali.

  7. ho conosciuto Stefano almeno 15 anni fa a Milano, eravamo agli inizi delle nostre carriere diversissime tra loro, sapevo che sarebbe diventato qualcuno per quella luce negli occhi..un po’ da pazzo.. quando mi parlava del suo laboratorio. Bravo Ste sono orgogliosa di averti incrociato e buona fortuna per tutto quello che fai per tutti noi.

  8. Avatar GABRIELE LOMBARDOZZI Reply to GABRIELE

    Gent. mo prof Stefano PLuchino
    sono dirigente medico della Stroke Unit dell’ospedale civile di Pescara da anni impegnato
    nel trattamento dell’Ictus in fase acuta con procedura trombolitica e neurointerventistica in fase acuta.
    Sarei interessato ad approfondire lo stato dell’arte sull’utilizzo di cellule staminali in fase acuta -subacuta
    acuta, il grado di deinibire l’area di penombra ischemica. Sarei felice di averla come ospite di onore per una Lezione magistrale da organizzare per il prossimo anno in data che Lei Vorrà. Certo di averle fatto cosa gradita le invio i miei più cordiali saluti dott. Gabriele lombardozzi

Rispondi

Ho preso visione dell’Informativa sulla Privacy e acconsento al trattamento dei miei dati personali