Tutto quello che avresti voluto chiedere ad Antonio Uccelli. Cellule staminali e dintorni

Alessia

Ho conosciuto il prof. Antonio Uccelli un po’ di anni fa. Al primo incontro eravamo seduti allo stesso tavolo durante il primo convegno giovani nazionale. L’ho rincontrato dopo un po’ di tempo a Genova, dove svolge la sua attività di neurologo e di ricercatore, presso il Dipartimento di Neuroscienze, Oftalmologia e Genetica dell’Università di Genova. In quell’occasione mi colpì fortemente la sua umanità ed anche la sua capacità di dirti come stanno le cose in maniera molto franca, ma allo stesso tempo pacata e rassicurante.

Quando ho saputo che  lo avrei intervistato per Tutto quello che avresti voluto sapere sulla ricerca scientifica (ma non hai mai osato chiedere), beh.. ho fatto subito un sorriso. Volevo capire un po’ di più del suo lavoro di ricercatore.. ma, lo confesso, anche qualcosina di più di lui come uomo.. e devo dire che le sue risposte mi hanno ancora una volta stupita.

 

Cosa ti ha spinto all’indomani della maturità a decidere di fare il medico?

«Mio padre era un medico e in qualche modo questo ha orientato le mie scelte. Io volevo studiare filosofia, tuttavia, a spingermi verso la medicina e soprattutto verso la ricerca, è stata la mia curiosità. Sia nella ricerca filosofica, sia in quella medica c’è alla base la voglia di conoscere: nella prima attraverso il pensiero, nella seconda attraverso lo studio di laboratorio».

Perché proprio neurologia?

«Anche questa scelta è legata un po’ a mio padre. Lui era un cardiologo, ma cardiologia non mi interessava. Un giorno mi disse che se non avesse intrapreso questa strada, avrebbe scelto neurologia. Mio padre era un medico di altri tempi e all’epoca neurologia, in realtà, era neuropsichiatria. Così ho capito che voleva diventare uno psichiatra. In ogni caso, come dicevo prima, ho sempre avuto una grande curiosità. Quale branca, più della neurologia, poteva appagare questa mia voglia di conoscenza? Il cervello è qualcosa di ancora sconosciuto e di affascinante e questo rende il mio lavoro di ricercatore una sorta di sfida».

Cercando qua e là sul web, si legge del prof. Uccelli come uno dei più famosi ricercatori nel campo della Sclerosi Multipla. Come mai hai scelto di occuparti di questa patologia?

«Non si è trattato proprio di una scelta. Diciamo che è capitato quasi per caso. Quando ho cominciato ad occuparmene, la sclerosi multipla era una malattia di cui si sapeva ben poco. Era la fine degli anni ottanta, primi anni novanta ed il prof. Mancardi, allora giovane ricercatore, interessato a questa patologia, stava iniziando ad occuparsene. Iniziai a lavorare con lui, ad appassionarmi alla sclerosi multipla ed alla ricerca sulle sue cause».

I giornali scrivono quotidianamente di “cervelli in fuga dall’Italia”. È capitato anche a te di voler “navigare” verso nuovi orizzonti?

«Certo, è successo anche a me e, in alcuni momenti, succede anche oggi. La ricerca all’estero è davvero considerata un lavoro importante dalla società e, gli investimenti ed il supporto che gli viene dedicato, è di gran lunga maggiore di quanto non succeda in Italia, dove purtroppo la ricerca è per molti, spesso anche per le istituzioni, considerata non molto di più di un hobby. La decisione di restare in Italia si sposa con la voglia di riuscire a “costruire” qualche cosa che duri anche qui, nonostante tutte le difficoltà, ed insieme alle persone che hanno creduto in me e che mi accompagnano in questa sfida difficile».

Sappiamo che hai lavorato diversi anni ad un progetto di ricerca alla California University a San Francisco, perché poi hai deciso di tornare a Genova?

«Ho deciso di tornare perché Genova, oltre ad essere la mia città e ad essere molto bella, mi ha permesso di condurre al meglio il mio lavoro di ricercatore. Lavorare nel team del prof. Mancardi mi ha dato grandi stimoli. Inoltre qui ho sempre avuto grande libertà nel condurre le mie ricerche volte a cercare di comprendere i meccanismi di questa malattia. Proprio il prof. Mancardi, che è il mio maestro, mi ha dato sempre molta fiducia ed è nella comunione di intenti e di visione del futuro, che ho deciso di tornare per restare».

Com’è il prof. Antonio Uccelli quando toglie il camice bianco? Cosa gli piace fare, cosa lo diverte?

«Per fortuna ho molti interessi, ma diciamo che il mio lavoro occupa il novanta per cento delle mie giornate, week end compresi, per cui non mi resta tanto tempo da dedicare a ciò che mi piace fare. Sicuramente mi piace la buona tavola (e forse si può notare dal mio profilo non proprio “statuario”), ma amo anche cimentarmi in sport in cui si deve raggiungere un obiettivo. In particolare mi piace fare mountain-bike, andare su per i monti a piedi, in bici o con gli sci e questo mi fa pensare che, anche nello sport, come nel lavoro, io senta il bisogno di raggiungere la vetta. Ovviamente, mi piace molto stare con gli amici e soprattutto con la mia famiglia. Anche se non riesco a dedicarle tutto il tempo che vorrei».

Quando si pensa ad un ricercatore, si immagina un uomo dalla barba bianca che gioca con ampolle, provette e topolini. Ma il vostro lavoro è davvero così?

«Il lavoro del ricercatore è più o meno questo. Sicuramente la ricerca si svolge in laboratorio, dove ci sono anche i topolini, ma non è solo questo. Mi spiego meglio. I miei collaboratori passano molte ore in laboratorio ed il loro lavoro è fondamentale. Io tuttavia trascorro ben poco del mio tempo in questo luogo. Attualmente, seppur senta la mancanza di quelle ore spese tra provette, il mio lavoro è quello di inventare e pensare la ricerca, di coordinarla e di analizzarne i dati capendo il modo migliore di interpretarli e di diffonderli in pubblico. Quando possibile anche di tradurne il loro significato in una possibile terapia, come nel caso delle staminali. Il mio lavoro è oggi quello di partorire delle idee… seduto intorno ad un tavolo con i miei colleghi, in poltrona, piuttosto che scendendo da una montagna sulla mia mountain-bike».

Da parecchi anni, ormai, ti occupi di cellule staminali. Ci racconti brevemente in cosa consiste la tua ricerca?

«Io mi occupo di cellule staminali mesenchimali, ossia di cellule staminali adulte che è possibile isolare dal midollo osseo. Attraverso queste ricerche siamo riusciti a ricreare, nei topi, una malattia simile alla sclerosi multipla e abbiamo potuto osservare come, iniettando nel sangue cellule staminali mesenchimali, si è avuto un miglioramento dei sintomi delle malattia ed una riduzione dell’infiammazione e della demielinizzazione nel sistema nervoso centrale. Si tratta di un lavoro che ha condotto ad una sperimentazione internazionale sull’uomo  di cui sono il coordinatore e di questo sono molto orgoglioso. L’obiettivo è quello di dimostrare che possiamo dare sollievo anche a quelle persone con sclerosi multipla che non hanno risposto alle terapie attualmente disponibili. L’auspicio è dunque quello di non curare solo i topolini, ma anche le persone».

Cosa si prova nello scoprire qualcosa che potrebbe cambiare le sorti di molte persone, di molti giovani?

«Questa domanda è forse un po’ troppo, nel senso che la ricerca che stiamo conducendo non pretende di cambiare le sorti delle persone e tantomeno di guarire la sclerosi multipla. Sicuramente la soddisfazione arriva quando si vede riconosciuto il proprio lavoro dalla comunità scientifica, nel sapere che ricercatori di altre parti del mondo confermano i risultati, le intuizioni che hai avuto. Se poi questo potrà avere anche qualche ricaduta sulla vita delle persone con sclerosi multipla lo sapremo alla fine del nostro studio».

Ricercatore, ma anche medico di corsia. Quanto è difficile dire ad un ragazzo di avere la SM?

«Non è certamente semplice, ma è pur vero che negli anni, l’esperienza ti aiuta a proporti in maniera opportuna. Infatti è vero che, oggi, comunicare ad un ragazzo la diagnosi di sclerosi multipla, è molto diverso di qualche decennio fa. Anche se rimane un evento drammatico, soprattutto per chi riceve la notizia. Credo che ciò che può fare davvero la differenza, al momento della diagnosi, sia l’informazione. Spiegare la malattia a chi ti è di fronte con sicurezza e pacatezza ma anche con un atteggiamento rassicurante è fondamentale; soprattutto in un momento come quello attuale, in cui ci sono a  disposizione diverse terapie e possiamo davvero, con un po’ di fortuna, cambiarne il decorso».

Cosa si prova, invece, nel vedere un ragazzo star meglio grazie ai tuoi studi?

«Non ho ancora avuto la possibilità di vedere un simile risultato, questo lo potremo sapere solo in futuro. Sicuramente si prova soddisfazione nel vedere che le persone ti si affidano con fiducia e che si riesce a condurli lungo un cammino lungo e difficile ma che spesso è assai meno drammatico di quanto non si pensi».

Qual è lo stato attuale della ricerca scientifica sulla sclerosi multipla?

«Direi che la ricerca sulla SM sta bene, all’estero come in Italia. Nel nostro paese, soprattutto grazie ad AISM, ci sono molti gruppi di ricerca di grandissimo valore. Personalmente non credo che si giungerà ad una cura definitiva, ma credo che sarà possibile arrivare ad un momento in cui potremo contenere la malattia e permettere alle persone con sclerosi multipla di condurre una vita normale. Per fortuna, grazie ai farmaci disponibili, per molti questa è già una realtà».

Prof. Uccelli: un messaggio ai ragazzi che leggono questo post.

«Ragazzi, non perdete la speranza e fidatevi della ricerca. Anzi, se volete, fatela voi stessi! Sogno che arrivi presto un giorno in cui potrete avere un trattamento che controllerà la malattia e vi permetterà di fare tutte le cose che vi piace fare, magari anche andare in mountain bike!».

30 commenti

  1. Finchè saremo circondati da persone straordinarie, persone che t’illuminano di positività, non perderemo mai la speranza e la fiducia ed insieme a loro un giorno raggiungeremo la “Vetta”…!!!

  2. ciao alessia, molto interessante questa intervista che è un po un “dietro le quinte del mestiere di ricercatore”.
    C’è un tema tra tutti che tocchi e che mi ha colpito, ed è quando chiedi come il medico affronta il momento x, ovvero quello di comunicare la diagnosi. Siamo abituati a pensare a questo momento dall’altra prosettiva e per un momento leggere questa domanda mi ha fatto ricordare che esiste anche un’altro punto di vista, professionale ma credo anche umano.
    Conta di sicuro anche quello che ha ricordato Uccelli: ciò che può fare davvero la differenza, al momento della diagnosi, è l’informazione.

    • Ciao Isa! 🙂 Direi che hai colto nel segno! Tengo molto a quella domanda perchè molto spesso lo sconforto del sapere una diagnosi che, seppur gestibile in qualche modo, ti cambia la vita..per sempre, può essere “attenuato” dall’umanità e dalla sensibilità di chi hai di fronte.
      Il colpo allo stomaco arriva comunque e bello forte..e nessuno lo può fermare. Tuttavia una parola, un gesto, un incoraggiamento..un “non ti preoccupare, non sei solo..”, cambia tanto.
      È vero che l’informazione è fondamentale, ma è importante anche il modo in cui informi, spieghi. Purtroppo a volte si incontrano dei neurologi che ti trattano come fossi un corpo senza anima..ma non può essere così. Di fronte hai un ragazzo a cui stai dicendo che la sua vita cambierà e devi fargli sentire che tu sei con lui, non trasformarti in un’enclopedia medica che ti spiega come andrà a finire in modo sterile. Antonio, per fortuna, ha la giusta sensibilità e il giusto tatto (sperimentato di persona 😉 )

  3. Il Dottor Uccelli è un grande. Come dottore, ma anche umanamente. Ho la fortuna di essere seguito da lui e dal suo team e non manca MAI di sorprendermi per competenza e gentilezza.
    Io quello che avrei voluto chiedergli è quante ore durano le sue giornate, e quanti giorni dura una settimana, perchè per come fa bene tutto, deve per forza avere più tempo..

  4. Per darvi un idea delle sue giornate: min 13 ore in ospedale + altre 2-3 ore a casa x scrivere i lavori e rispondere alle mail (anche dai pazienti), + min 3 guardie in pronto/mese (anche le notte). Questa vita, come tanti altri neurologi che fanno anche ricerca in SM, richiede non poco impegno. Insomma, anche a cena parliamo di SM!

    • Grazie Mimi.. 😉 Hai reso bene l’idea delle giornate del prof. Uccelli! Il fatto che la Sm sia spesso anche argomento durante la cena potrebbe sembrare noioso..forse troppo.. In realtà è molto bello che condividiate le vostre esperienze, perchè significa che la Sm è una realtà concreta, non solo qualcosa che resta tra le mura di una clinica..anche per chi è un addetto ai lavori. Non solo per chi ce l’ha..

  5. Ce ne fossero di ricercatori con l’anima da filosofo come Antonio! Dovrebbe scrivere un libro in tandem con Rita Levi sui misteri del mondo della neurologia. Io apprezzerei tantissimo 😉

  6. Lo dico sinceramente..in questi cinque anni ho visto molti neurologi, in tutta Italia, ma la tranquillità che è riuscito a trasmettermi Antonio non l’ho trovata in nessun altro. È una persona che ama il suo lavoro, curiosa e capace di sognare come tutti i grandi. In questa intervista si vede la sincerità delle sue parole, ma anche la voglia di provare a dare una vita migliore alle persone con SM. Con modestia e senza troppe pretese che poi potrebbero deludere.
    Ha ragione Silvia quando dice che ci vorrebbero più Antonio nelle corsie e nei laboratori. Nella mia esperienza, vi posso assicurare che lui è stato uno dei pochi a ricordarsi di avere davanti a sè una persona. E voi sapete che non è così scontato che questo accada..

    • Non esageriamo. Questo è un blog di fans e per questo forse non obiettivo. La fortuna è che amo quello che faccio e le persone con cui (i colleghi ed i ricercatori…) e per cui (le persone con SM…) lavoro e questo rende tutto piu facile
      Un abbraccio a tutti

      • Prof Uccelli,
        mia figlia l’anno scorso in coma dopo una gastroenterite poi tetraplegica e poi paraplegica. Hanno diagnosticato prima encefalomielite acuta disseminata ADEM poi Neuromielite o Sindrome di Devic e adesso Neuropatie, disautonomie, alterazioni del sistema nervoso periferico con dolori atroci e sudorazioni continue. Potrei sapere se fosse possibile fare qualcosa con cellule staminali?

  7. Bah! Sinceramente non riesco a condividere il vostro entusiasmo verso neurologi e ricercatori: in fondo il mestiere dei primi consiste nel prescrivere interferone e stop. Mentre cosa fanno di concreto i secondi…beh, questo lo sa(forse) solo Dio. 🙂

    • ..il tuo giudizio mi pare un pò riduttivo e piuttosto generalizzante. Ho avuto una neurologa come dici tu ed oltre ad essere odiosa non mi a aiutato granchè. Sono andato dal Dott. Uccelli che, oltre a tenermi aggiornato ed a rispondere alle mie domande (a volte banali e stupide), mi cura con la passione che lo caratterizza. E’ il suo lavoro, vero, ma ci sono diversi modi per farlo..

  8. Se la ricerca non avesse fatto qualcosa di concreto in tutti questi anni rischieremmo ancora tutti di morire per malattie come la tubercolosi! Nello specifico della SM poi non ci sarebbero terapie per rallentare il decorso oppure molti non saprebbero manco quale è la patologia che li colpisce.
    L’entusismo è nel sapere che c’è qualcuno che fa questo lavoro con impegno con tutti i limiti di tempo che la ricerca richiede

    • Visto che ci troviamo in una pagina che parla di sm, ovviamente mi riferisco solo a neurologi e ricercatori che si occupano di questa malattia. Esistono farmaci in grado di rallentare la progressione della malattia?!? Quali sarebbero? A me risulta che siano in grado di ridurre il numero delle ricadute ma che non abbiano nessun effetto sull’avanzare della malattia. Purtroppo!

      • Luca durante settimana nazionale è attivo il servizio ricerca@aism.it, al quale rispondono direttamente alcuni ricercatori. Credo possa valere la pena esporre le tue domande direttamente a loro

      • forse anche qua trovi informazioni che ti possono essere utili perchè invece gli immunomodulanti e gli immunosoppressori servono a modificare la progressione della malattia, a ridurre la frequenza delle ricadute e a ridurre l’accumulo di disabilità col tempo.
        http://www.aism.it/index.aspx?codpage=farmacoterapia

        • Mi sembra che ognuno dica un pò quello che gli pare circa il rapporto farmaci-rallentamento decorso. Cmq mi sembra d’aver letto che i farmaci di primo livello non giochino nessun ruolo nella progressione. Boh, forse ti riferisci a tysabri e fingolimod? Secondo te, un malato che non ha né ricadute né nuove lesioni dovrebbe cmq prendere un farmaco di prima linea x contenere al massimo la futura disabilità indipendentemente dal fatto di nn avere ricadute? Te lo chiedo xché mi sembri molto informata e purtroppo la mia neurologa non capisce granché di sm: l’ho vista 4 volte e 4 volte mi ha proposto terapie diverse…

  9. L’entusiasmo nel parlare dei neurologi dipende dal fatto che è un medico che, in malattie come la SM, ti accompagnano in questo percorso. Dire che il loro lavoro è solo quello di prescrivere terapie credo sia riduttivo. La terapia può essere scelta insieme..può essere un supporto..il neurologo è un punto di riferimento..se ti fidi di lui.
    Per questo è fondamentale riuscire a trovare la persona giusta.. 😉
    Per la ricerca..beh, sono assolutamente d’accordo con Silvia. I tempi sono lunghi, ma se guardiamo allo stato attuale..nella Sm ci sono varie terapie rispetto a dieci anni fa.. Non risolvono il problema, ma almeno puoi scegliere..e puoi cercare di migliorare la tua vita.. E questo grazie ai ricercatori!

  10. Grazie, prof. Uccelli.
    Buon lavoro.

  11. spero davvero che si riesca a guarire da questa brutta malattia

  12. Ho avuto la fortuna di conoscere il prof. e nei momenti in cui ero giù e avevo paura di quello che mi aspettava (trapianto di cellule staminali), riusciva sempre a strapparmi un sorriso!!!Aveva capito subito che mascheravo il mio vero stato d’animo e con lui sono riuscita ad aprirmi e a piangere senza vergogna!!! E’ una persona davvero UMANA!!!!MI SENTO IN “DEBITO” PERCHE’ ADESSO DOPO UN ANNO DOVE SONO STATA BUTTATA IN UN LETTO, DOVE AVEVO PERSO DEL TUTTO LA MIA INDIPENDENZA,e a 26 anni credetemi è un qualcosa di orrendo, ADESSO CAMMINO!!!!!! SONO AUTONOMA, certo alle volte ho sempre bisogno di aiuto, MA L’AIUTO MORALE CHE MI HA TRASMESSO IN QUEL MESE IN NEUROLOGIA A GENOVA E’ STATO UNICO E NON ME LO SCORDERO’ MAI!!!!

    • Ciao Michi!E’ davvero molto bello quello che hai scritto.. credo che la persona che si prende cura di te, deve avere quel qualcosa in più.. Ed effettivamente lui ce l’ha.. 😉 Comunque la cosa più importante è che tu abbia ripreso in mano la tua vita! Baci

    • Ciao ho an he io 26e am,potresti contattarmi?

  13. SONO SEGUITA DAL CENTRO MALATTIE DEMELINIZZANTI DI PERUGIA E MI TROVO ABBASTANZA BENE SENONCHE’ VORREI FARE UNA VISITA CON IL DOTT.UCCELLI . COME POSSO FARE ? CHI DEVO CONTATTARE? MI PIACE LA SENSIBILITA’ DEL DOTT.UCCELLI. GRAZIE

    • Ciao Michy! Per una visita con il prof. Uccelli dovresti contattare la clinica neurologica universitaria San Martino di Genova e chiedere un appuntamento.

  14. GRAZIE ALESSIA SEI STATA GENTILISSIMA ,ORA CI PROVO TI FARO’ RISAPERE

  15. CARA ALESSIA HO AVUTO QUESTO INDIRIZZO: CLINICA NEURO B4 VIA DEI TONI,4 PIANO TERRA GENOVA. E’ GIUSTO? SE Sì PROVERO’ A FARE LA VISITA E SPERIAMO BENE.

  16. Sig Antonio Uccelli . avere delle persone come lei e un grande orgoglio .

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