La SM mi ha negato la possibilità di sentirmi bella

Romilda

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«Chi è affetto da una patologia cronica abita in uno spazio tra salute e malattia e sa che in certe giornate qualsiasi azione, anche quella più banale, richiede il minimo sforzo di cui si è capaci. Lo sguardo più critico che incontriamo spesso è proprio il nostro, riflesso nello specchio», dice  Agata che ha il Morbo di Crohn.

Quando vediamo la nostra immagine riflessa vengono fuori una serie infinita di insicurezze e elucubrazioni mentali: sei troppo alta o troppo bassa; sei troppo magra, oppure ti chiedi cosa sono quei rotoli sui fianchi.

A tutto questo aggiungiamo anche l’immagine distorta che ci mostrano le nostre patologie: un corpo diverso, cambiato per sempre a causa delle terapie, dei bozzi dovuti alle iniezioni, del cortisone che ti gonfia come una palla, delle cicatrici che si vedono e anche di quelle nascoste, quelle che solo tu sai che esistono. Un’immagine di te distorta dagli ausili.

Con quel corpo ci devi imparare a convivere, anche se non lo senti tuo, anche se perdi la tua identità, perché non sai più chi sei e cosa vedi quando ti guardi. Sei una, sei tutte, sei nessuna. Sei semplicemente inadatta, piena di insicurezze e per niente bella.

Nella nostra cultura associamo in genere il «bello» alla «perfezione» di un corpo che non presenta difetti e se pure ci sono possiamo rimediare. Quando questi difetti sono permanenti, però, dobbiamo nasconderli. È l’arte dell’apparire. Non c’è spazio per bellezza e disabilità.

Un corpo che ha subìto violenze causate dalla patologia è associato al «brutto» perché è diverso dai canoni estetici che la società e i mass media ci impongono. Per te non c’è posto, quel bastone ci sarà sempre, quei tacchi non li metterai mai. Perché ricordiamoci che se le ballerine sono  «l’anti-sesso», il tacco 12 rappresenta la vera sensualità di una donna.

Ma scherziamo?

No, e io mi sono fatta condizionare da questa apparenza. Spesso mi sono sentita brutta perché diversa, perché nella mia pelle ci sto stretta.

La percezione che abbiamo di noi stessi è soggettiva ma è molto severa e critica, così tanto da non riuscire ad accettare le nostre imperfezioni.

«Il corpo del disabilitato è un corpo negato, è una stortura ma non del fisico,bensì della cultura che dovrebbe accoglierlo ma invece lo nega», dice Barbara Garlaschelli.

Al mio corpo è stata negata la libertà di muoversi come dovrebbe e a me di accettarmi e sentirmi bella. Questa visione così negativa di me stessa mi ha portato per un po’ a nascondermi: non volevo far vedere le mie cicatrici, il mio dolore.

Ma ora voglio sfidare l’apparenza e i canoni estetici contemporanei: voglio sentirmi bella e accettarmi anche se sono un’imbranata cronica, quando zoppico, quando cammino con il mio bastone.

Auguro ad ogni donna di amarsi nelle sue imperfezioni, imperfezioni che ci rendono uniche. Auguro di non nascondere quelle cicatrici, che sono il segno del nostro calvario ma anche un valore aggiunto.

Quando ci dicono che siamo belle ringraziamo sempre, anche se in quel momento non lo pensiamo. Qualcuno riesce a vedere quello che i nostri occhi pieni di pregiudizi verso noi stesse non vedono. Tutto questo e non solo, rappresenta la bellezza del nostro essere, che è molto meglio dell’apparire.

7 commenti

  1. Ciao mi chiamo marina. Be concordo pienamente con te. Io mi sento inadeguata inguardabile e non riesco neanche più a guardarmi allo specchio

  2. Ciao, mi chiamo Tiziana capisco come si ci può sentire. Ho fatto il cortisone per sei mesi, e anche se scherzavo con gli altri sul fatto che ero gonfia, faccia di luna era la più gettonata, non mi sono guardata allo specchio per più di 1 minuto per tutto il tempo della terapia. Ora a pensarci bene mi sento una sciocca, ma in quel periodo non riuscivo proprio a piacermi. Ma passa e si può ricominciare a piacersi

  3. Avatar Cornelia Gasparin Reply to Cornelia

    Anch’io auguro a tutti-e di avere occhi più amorevoli verso sé stessi, accettare è difficile forse si può imparare a subire senza soccombere trovando nella gamba che trema la fragilità della vita e le fragilità si accolgono con amore

  4. Ciao! Mi chiamo Giovanna anche io vivo la stessa situazione…concordo pienamente

  5. Devo dire che le donne su tacchi alti a me hanno sempre fatto un po’ pena perché mi immagino quanto deve essere scomodo camminarci sopra; la vita è già abbastanza difficile, perché infliggersi ulteriori torture? La mia opinione è: W le ballerine!!!!

  6. Ciao…! Convivo con la sm da quando avevo 17 anni ( a novembre la tipa fa 11 anni) e per 10 ho fatto le iniezioni di interferone, con conseguenti macchie, bozze e dolori diffusi su cosce, natiche e pancia. Mi vergognavo ad andare al mare e di uscire con gonne o vestitini corti; alla fine, complice l’enorme amore del mio ragazzo, ho deciso di fregarmene altamente dei pareri (non richiesti) della gente e indosso quel che mi pare e piace e vado al mare col mio fantastico bikini verde a stelle dorate! Ho anche ricominciato a usare i tacchi, dei bei tacconi grossi che mi permettono di stare bene in equilibrio: forse non mi staranno benissimo (ho delle gambe corte e muscolose), ma non mi interessa, io mi sento bene così! 😉 Cerchiamo di apprezzarci per quello che siamo, anche se non perfette (nessuno lo è)! Un bacione a tutti!

  7. Ciao. Purtroppo condivido tutto anch’io. Io convivo con lei da poco (5 mesi) ma tra il cortisone e la terapia che mi impone di mangiare un sacco alla mattina e alla sera ho preso 7 chili… considerando che sono alta 1.50 si vedono tantissimo. Guardo tutte le mi scarpe non con i tacchi che non posso più mettere, guardo i vestiti che non mi stanno e se mi guardo allo specchio ( non più di 1 minuto) mi vedo brutta. Perfino i capelli sono diventati più brutti e spenti.E anche se non lo do a vedere mi sento davvero un lontano ricordo di quello che ero…

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